Ricominciamo?

Rieccomi qui a scrivere dopo così tanto tempo, mi ero prefissato delle pubblicazioni a cadenza fissa e dopo un po’ ho ceduto. Ma non voglio rinunciare, forse una parte di me crede davvero in questo progetto; per questo ho deciso di rivederlo, di trasformarlo più in un blog personale: raccoglierò riflessioni, opinioni, pensieri e sogni, ovviamente parlerò anche di quello che studio e di quello che voglio fare nella vita.

Attualmente sono nella fase conclusiva del mio stage e in quella iniziale del tirocinio, e se tutto va bene — incrociamo le dita — per luglio dovrei riuscire a prendere questa laurea in “Scienze e Tecnologie per lo Studio e la Conservazione dei Beni Culturali”.

Come percorso di stage ho lavorato per tre mesi nel laboratorio di Fisica applicata ai Beni Culturali, ho fatto per lo più analisi dati ed elaborazione di Immagini ma devo ammettere di aver imparato un sacco di cose e di essermi davvero divertito (inoltre ho lavorato su dati provenienti da Sarcofagi! E per quanto bruttini fossero, è stato davvero una figata). Per la prima volta, nella mia vita scolastica non ho avuto esercizi da risolvere applicando la regolina del libro, mi sono dovuto davvero scervellare per risolvere i problemi che mi si ponevano davanti, ma la cosa più bella è stata non avere limiti: non c’era la via giusta o la via sbagliata, tutte le vie erano apparentemente adatte. È davvero stimolante! (Ma anche frustrante quando non sai dove sbattere la testa per avere una dannatissima idea.)

Una cosa che ho imparato è che tutto può ispirare l’idea giusta, che a volte bisogna cambiare punto di vista per trovare la chiave risolutiva e che bisogna sempre conoscere bene gli strumenti che si hanno a disposizione, solo così si sa cosa si può e non si può fare. Il lato negativo di tutto ciò? Non avere orari: quando hai un rompicapo in testa e non sai come uscirne ogni ora del giorno e della notte è buona per rimuginarci a fondo. Forse è una cosa che si impara col tempo, separare totalmente la vita privata da quella lavorativa per potersi riprendere un po’, per potersi svagare e pensare anche a tutto il resto.

Il lavoro di tirocinio invece lo sto svolgendo nel laboratorio di chimica; l’argomento è molto interessante, infatti sto cercando di trovare una relazione tra una particolare sostanza, la miliacina, prodotta da alcune piante, e la sua presenza in terreni archeologici. Diciamo che vorremmo capire se questa molecola può essere usata come marchio per le sole coltivazioni di miglio, in modo da sapere se i nostri antenati nel paleolitico fossero già in possesso di tale pianta. L’unica pecca è che sono praticamente sempre da solo in laboratorio, e stare una giornata intera senza nessuno con cui parlare è davvero estenuante (specialmente per me che sono un gran chiacchierone), per ora ho ripiegato sulla musica, così appena entro in laboratorio accendo il PC e metto qualche playlist su youtube. Speriamo che nei prossimi giorni arrivi qualcuno a farmi compagnia!

Per ora è tutto, alla prossima!
J.

La datazione col radiocarbonio

Tempo assoluto e tempo relativo

Quando si parla di datazioni bisogna innanzitutto distinguere tra due grandi tipologie: le datazioni assolute e quelle relative, le prime sono le analisi che ci permettono di stabilire una data (o un range di date) numerico; le seconde invece forniscono un rapporto di anteriorità, posteriorità e contemporaneità.

Facciamo un esempio:
Paolo compra un libro, sul frontespizio c’è scritto: “stampato nell’agosto 2013”. Il libro è del 2013, questa è una datazione assoluta. Nell’introduzione del libro l’autore ci fa sapere che questa è la sua seconda pubblicazione, e che il primo libro è stato pubblicato due anni prima. Questa è una datazione relativa, la data di pubblicazione del primo libro è relazionata con un rapporto di anteriorità a quella del secondo, a priori quindi non sappiamo quando è stato pubblicato, ci servono altre informazioni.

Cos’è il C14?vikings_final-adapt-352-1

Il carbonio-14 (chiamato C14 o radiocarbonio) è un isotopo instabile del carbonio, è cioè un atomo di carbonio che nel nucleo invece di avere 6 neutroni e 6 protoni, contiene 8 neutroni e 6 protoni; possiede quindi le medesime proprietà chimiche ma ha diverse proprietà fisiche.

Questo atomo si forma nell’alta atmosfera: i raggi cosmici che arrivano sulla Terra colpiscono le molecole di azoto-14 e sostituiscono un protone con un neutrone. Il carbonio successivamente reagisce con l’ossigeno e forma molecole di CO2, in questa forma viene assimilato dalle piante, gli animali mangiano le piante, noi mangiamo gli animali (e le piante) e così il radiocarbonio entra nel nostro organismo. Questo isotopo non è molto comune, si trova in percentuali piccolissime, ma sufficienti perché lo si possa misurare. Ogni anno in atmosfera si produce più o meno sempre la stessa quantità di C14, possiamo dire che la sua presenza sia costante negli esseri viventi: finché mangiamo, respiriamo, viviamo, il nostro corpo contiene una quantità costante di questo isotopo. Quando però un organismo non scambia più materia con l’ambiente circostante, ovvero quando muore, i suoi atomi di C14 iniziano piano piano a decadere: in 5700 anni la metà di essi è tornata ad essere azoto, dopo 11400 anni ne è rimasto solo un quarto, e così via.

Come si data col radiocarbonio?

Abbiamo detto che la quantità di questo isotopo è costante nell’ambiente e che quindi lo è anche negli esseri viventi finché sono in vita, sappiamo anche in quanto tempo il carbonio-14 decade. Quello che si fa a questo punto è prelevare un campione dal reperto e contare attraverso una spettrometria di massa – ovvero un’analisi che ci permette di contare quanti atomi con un certo peso ci sono – la quantità di C14 presente nel reperto, possiamo così calcolare quanto tempo è passato dalla morte dell’organismo.

Limiti di questa tecnica

Questa tecnica non ci permette ovviamente di datare tutto quanto, innanzi tutto possiamo applicarla solo a materiale organico: materiale che è stato vivente o che proviene da esseri viventi come stoffe naturali, carta, legno, ossa… Abbiamo detto che quantità di carbonio-14 prodotte ogni anno sono pressoché costanti, in realtà non è proprio così, ci sono delle piccole variazioni che fanno oscillare i risultati delle datazioni e di cui si deve tener conto. L’immissione di anidride carbonica proveniente da combustibili fossili immette in atmosfera una grande quantità di Carbonio-12 (il fratello leggero del radiocarbonio) così il rapporto tra i due viene falsato e tutti gli oggetti dal periodo industriale in poi non possono essere datati con questa tecnica. Infine andando troppo indietro nel tempo le quantità di questo isotopo nei reperti sono troppo basse e noi non riusciamo nemmeno a vederle, possiamo arrivare fino a 50.000 anni fa.

Vichinghi in nord America, di nuovo

vikings_final-adapt-352-1Che i Vichinghi avessero raggiunto le coste del “Nuovo Mondo” prima di Cristoforo Colombo è ormai una notizia assodata, negli anni ’60 infatti ad Anse aux Meadows – lungo costa nord dell’isola di Newfoundland in Canada – è stato trovato un accampamento Vichingo; ma che la permanenza in quelle terre fosse prolungata, o che avessero fatto più spedizioni, beh queste sarebbero scoperte del tutto nuove.

Forse un altro passo avanti è stato fatto, e presto potremmo sapere qualcosa in più sulla loro permanenza nel Nord America. L’Archeologa Sarah Parcak che da anni si occupa di “cercare” nuovi siti archeologici attraverso immagini satellitari, potrebbe aver trovato un nuovo accampamento vichingo a Point Rosee, alcune centinaia di chilometri a sud di Anse aux Meadows, sulla costa sud di Newfoundland; la tesi è supportata anche da alcune saghe nordiche che raccontano delle spedizioni oltre oceano. Durante l’estate è stato fatto un sopralluogo per confermare questa supposizione, e proprio in questo sito l’equipe di archeologi ha trovato un focolare utilizzato per lavorare i metalli. Non si è ancora sicuri che sia stato costruito dai Vichinghi, potrebbe essere di altre popolazioni, ma gli archeologi sono fiduciosi.

Per quale motivo sarebbero arrivati proprio in questa penisola? L’attracco in quest’area sarebbe stato facilitato dall’assenza di rocce sommerse; l’accesso alle spiagge è ottimo e si aveva un buon vantaggio sulle popolazioni locali, non molto amichevoli, in caso di attacco, avendo una buona visuale sul fronte nord, sud e ovest; il terreno è adatto alla coltivazione e la fauna ittica è ricca, favorendo così la pesca. Inoltre l’area è ricca di varie risorse minerarie: selce e torba per costruire manufatti e abitazioni, ma soprattutto quella più utile ai navigatori del nord: il ferro. In quest’area il ferro non è presente in miniere, si trova bensì nelle paludi dove il metallo viene portato, disciolto nelle acque, dai  fiumi; arrivato negli acquitrini viene quindi precipitato da alcuni batteri che lo usano nel loro metabolismo, formando consistenti depositi. Il ferro era una risorsa preziosa per i Vichinghi che lo usavano per costruire le loro navi, pensate che quella che è appena stata ricostruita in Danimarca ha richiesto l’utilizzo di ben 400kg di ferro. Proprio questo elemento sembra essere un ottimo presupposto per l’esistenza di un accampamento, in questo modo infatti era possibile riparare l’imbarcazione per prepararla al lungo viaggio del ritorno.

Attualmente l’unico sito Vichingo è l’Anse aux Meadows, un accampamento temporaneo abbandonato dopo pochi anni; se quello trovato fosse davvero un accampamento Vichingo allora ci sarebbero nuove conferme sulla saghe nordiche, inoltre ci sarebbe la conferma di un’attività più prolungata nelle Americhe da parte di queste popolazioni.

Fonti
Discovery Could Rewrite History of Vikings in New World

Atlantide indiana

Lungo costa sud-est della penisola indiana, nello stato del Tamil Nadu, si trova la città di Mahabalipuram, conosciuta per il suo meraviglioso tempio sulla spiaggia, il Pancha Rathas (un tempio scavato nella roccia) e altri siti inclusi nel patrimonio dell’UNESCO. La città ha una storia molto antica tanto che già nel IV sec. era un importante sbocco portuale collegando la costa indiana con il Mediterraneo, lo Sri Lanka e la Cina. Altrettanto antica è una leggenda secondo la quale sul mare sorgesse un complesso di sette templi e che sei di questi vennero sommersi dalle acque.

Nel 2004, poco prima che lo Tsunami devastasse le coste dello Sri Lanka e dell’India, testimoni hanno affermato di aver visto, quando le acque si sono ritirate, lunghe strutture di pietra che sembravano pareti; così nel 2005 l’ASI – istituto indiano predisposto alle ricerche archeologiche – ha fatto dei primi sondaggi confermando che le grosse pietre componevano un muro alto circa 2 m e lungo 70 m. Venne usata un imbarcazione dotata di sonar che permise di osservare altri due templi sommersi.

Mancando gli equipaggiamenti però le ricerche si sono interrotte fino al mese di marzo di quest’anno quando la NIO (National Institute of Oceanographic) ha intrapreso nuovi sondaggi con l’intervento di sommozzatori, geologi ed archeologi; questi hanno permesso di identificare i resti di un porto e di uno dei templi sommersi. Le brevi rampe di scale e le pareti ritrovate sono coperte da una fitta vegetazione marina e sono state consumate dalle forti correnti oceaniche che lambiscono questo tratto di costa. Gli archeologi pensano che le strutture possano avere 1100-1500 anni.

Fonti:
Times of India: Millennium-old ‘sunken town’ found off Tamil Nadu
Submerged Pagodas off Mahabalipuram, Tamil Nadu – [PDF]
The legend of seven pagodas, Mamallapuram

Le indagini della chimica

Dimmi di cosa sei fatto e ti dico da dove vieni

Una delle cose che più mi ha colpito durante i miei recenti studi è stata rendermi conto di come un materiale che all’apparenza possa sembrare identico ad un altro in realtà mostri delle sottili differenze che ad occhio nudo non sono per nulla percepibili, per esempio le ceramiche. Prendiamo due vasi, provenienti da posti diversi e osserviamoli, potremmo notare magari che cambiano le decorazioni, la forma, le dimensioni; ma se prendiamo un frammento da entrambi e facciamo un confronto non penso che sapremmo distinguere uno dall’altro.

Facciamo un passo indietro: prendiamo una cartina in mano e immaginiamo due miniere, una a Milano e una a Palermo, da entrambe estraiamo argilla ma è inevitabile che quese non siano perfettamente identiche. Le miniere sono cresciute in tempi geologici differenti, a diverse condizioni, magari una è stata allagata da un fiume che ha portato con sé sostanze molto diverse “contaminandola”. Insomma una storia diversa ha fatto sì che si formassero argille diverse, che hanno le medesime proprietà, ma qualcosa che ci permette di distinguerle. Quelle caratteristiche che  variano sono chiamate elementi in traccia, ovvero elementi che non cambiano le proprietà dell’argilla e che si trovano in piccolissime percentuali. Ma come facciamo a capire quali elementi in traccia ci sono e in che quantità? Ecco che entra in gioco la chimica.

Per analizzare gli elementi in traccia si usano alcune tecniche tra cui le spettroscopie: la Spettroscopia in Fiamma, al Plasma o al Fornetto di Grafite; queste tecniche sfruttano il calore di una fiamma, di un plasma o di un piccolissimo forno (grande circa 2cm) per scaldare una piccola quantità di campione che inizia a inviare tanti deboli segnali. Ogni atomo infatti, se eccitato nel modo corretto, emette una precisa energia che siamo in grado di raccogliere e analizzare; l’altro grande vantaggio è che questi segnali sono quasi unici, quindi selezionandoli nel modo corretto possiamo capire cosa c’è e quanto ce n’è; e infine distinguere così la provenienza di un campione dall’altro.

Capire la da dove viene un oggetto, come un vaso, può essere molto utile e darci molte informazioni. Perché quel vaso si trova lì? Magari c’era una linea commerciale che collegava già al tempo le due città? Ma se commerciavano vuol dire che comunicavano, si conoscevano; se da Palermo sono arrivati a Milano allora almeno una delle due città doveva conoscere la navigazione… Tante altre domande iniziano a sorgere, tante domande che cercano altrettante risposte. Ecco che abbiamo fatto un nuovo passo verso la comprensione di un popolo del passato.

Perché?

Presentarsi non è mai qualcosa di facile: si ha paura di non saper cosa dire, di cadere nel banale, di parlare di qualcosa che magari non interessa a nessuno o di dare false aspettative. Inizierò dicendo che questa è la mia prima esperienza su un blog, è un esperimento che spero possa diventare qualcosa di più.

Cominciamo quindi parlando un po’ di me: mi chiamo Jacopo e ho 23 anni, sono uno studente universitario che cerca di conciliare i suoi interessi scientifici e umanistici frequentando il corso di laurea in “Scienze e Tecnologie per lo Studio e la Conservazione dei Beni Culturali”. Da un po’ coltivo anche l’interesse per la scrittura e così mi sono chiesto: perché non condividere i miei interessi con qualcuno?

Nel nostro paese si guarda al mondo dell’arte e dell’archeologia con un certo disinteresse, quando in realtà potrebbe diventare una delle nostre principali fonti di reddito: “Con la cultura non si mangia”, diceva un ministro dell’economia qualche anno fa, e per qualche motivo sembra che in molti la pensino allo stesso modo. Forse abbiamo un’idea molto vecchia dell’arte, così legata al nostro passato che non riusciamo a trovarne un legame con la tecnologia che ci circonda; immaginiamo che davanti a un quadro possa sedere solo un vecchio critico, che parla dell’iconografia di questo o di quel santo, e non vediamo invece che l’immagine che abbiamo davanti non è solo la rappresentazione di un’ideale, di una cultura e dell’estro di un artista del passato, ma prima di tutto è materia, un oggetto fisico che richiede costante manutenzione e controllo, che richiede studi che si avvalgano dell’aiuto delle scienze come la chimica, la fisica e la biologia. Queste scienze, quando entrano in contatto con il nostro patrimonio culturale, possono rispondere a domande che non osavamo nemmeno porci. Un frammento di un vaso dà molte informazioni su coloro che lo hanno prodotto: che tecnologie avevano? Con chi commerciavano? Da dove prendevano le loro materie prime?  Tanti pezzi di un puzzle che vengono uniti per ricomporre la storia di un intero popolo.

E così ora ci affacciamo alla storia con occhi totalmente nuovi, studiamo il nostro passato, e quindi anche il genere umano, da punti di vista differenti, cerchiamo risposte là dove non ci sono documenti scritti.

Il mio obiettivo con questo blog quindi è di parlarvi un po’ di questi due mondi, di come si intreccino, di come necessitino l’uno dell’altro; perché ricordiamoci che senza il nostro passato non ci sarebbe alcun presente.